Perché l’economia cinese continua a crescere?

La quarantena fu introdotta per la prima volta a Venezia nel 1450, poco dopo Marco Polo. Anche in questo i cinesi ci hanno copiato, e bene

Di Michele Geraci*

Perché l’economia della Cina sta galoppando mentre le nostre, Italia e resto d’Europa stentano? La risposta è semplice: loro fanno e parlano poco, noi parliamo tanto e facciamo poco. Perché’ loro riescono a fare mentre noi stentiamo? La risposta è semplice: loro hanno un governo composto da competenti, noi no. La mia non è un j’accuse ai singoli individui che compongono il nostro esecutivo, non è il mio stile, e con molti dei quali sono anche in rapporti cordiali. La mia è invece una amara costatazione sui limiti del nostro sistema politico ed istituzionale che non consente, neppure a chi fosse dotato della rara combinazione di competenza e di volontà, di poter fare.

Un governo composto da cinque partiti, nato di fretta e con un obbiettivo ben preciso, non fare andare al governo gli altri, non può avere la forza politica di gestire una crisi simile che si è abbattuta inaspettata. A settembre del 2019, il Min Speranza, non certo massimo esperto di salute, non poteva certo aspettarsi di dover gestirà la più grande crisi del dopo guerra, né tanto meno poteva farlo il Min Gualtieri, non il massimo esperto di finanza, che a marzo, ben 50 giorni dopo che la Cina aveva messo in lock down molto ferreo 60 milioni di persone, e ferreo i rimanente 1,3 miliardi, parlava di un calo del Pil dello 0.2% ed una manovra di 3miliardi. Gli equilibri instabili di una maggioranza a cinque gambe fanno il resto e non consentono nessun tipo di azione decise che dimostrino la leadership che serve, tanto è che il nostro presidente del consiglio è costretto a dover fare annunci roboanti, talvolta con enfasi catastrofiche, credo, proprio per far sì che il popolo possa acquisire coscienza del pericolo ed quindi accettare le misure restrittive, prima che le stesse misure possano essere varate. In pratica da noi non è possibile fare i leader, ma si è costretti alla cautela per raccogliere prima il consenso popolare, anche lontano da elezioni.

Quindi, il problema non è la democrazia per sé, che si esprime ogni 5 anni nella scelta del parlamento, ma la paura dei leader in carica, di non raccogliere consensi al termine della legislatura e quindi uscire di scena. Il conflitto quindi tra interessi personali ed interessi del paese impedisce quindi di affrontare le crisi con il dovuto coraggio e visione di lungo termine. Sono queste le differenze fondamentali con la Cina, dove naturalmente il governo non ha urgenze elettorali e può concentrarsi sul secondo obbiettivo, quello della stabilità economica e sanitaria del paese, agendo in maniera decisa e tempestiva senza dover prima lavorare ai fianchi sul consenso. Noi abbiamo letto, ed io stesso ho perso il conto, di quanti Dpcm siano stati varati in questi ed il volume di pagine prodotto.

A Wuhan, il governo locale il 23 e 24 gennaio ha fatto un annuncio di tre paragrafi: “Da domani, porti, aeroporti, ponti, strade, scuole, metro, vie fluviali, etc. saranno chiuse. Vi diremo in seguito quando riapriranno. Nel frattempo, da domani non potete uscire di casa se non per fare la spesa, un membro della famiglia al giorno.” Ho, naturalmente, parafrasato il comunicato ufficiale, ma il senso era quello. Chiaro e sintetico. E questa chiarezza, senza ambiguità, è stato il grande secondo motivo del successo della Cina, che non ha dovuto gestire le centinaia di “esperti” e leader politici che si sono susseguiti nei nostri media dando messaggi contrastanti, politicizzando perfino l’uso delle mascherine, addirittura usate come simbolo di anti-democrazia. Il pubblico che riceve messaggi diversi, giustamente, non sa più a chi credere e non reagisce bene alle misure quando, finalmente, il governo decide di introdurle. In Cina, il governo non ha bisogno di usare il lockdown o le mascherine per imporre chissà quale dittatura, e quindi, mancando il “movente” complottista, il popolo ha capito che la cosa era seria, si è adattato e ha osservato le misure in maniera composta per due mesi.

E passo al terzo punto: in Cina in lockdown è stato severo e breve, sia per la parte domestica che internazionale. La Cina ha capito, ed io ho cercato da gennaio di comunicare al nostro paese, che il dilemma tra proteggere la salute e proteggere l’economia non esisteva. Anzi, il lockdown ferreo e breve ha avuto in Cina l’effetto, ovvio, di ottener entrambi gli obbiettivi, mentre da noi è prevalsa la filosofia, errata, che l’uno fosse in contrasto con l’altro; si è quindi preferito fare misure annacquate sia sulla parte sanitaria che economica, con il risultato che non solo non si è risolta né l’una né l’altra, ma adesso la situazione è addirittura più grave che in primavera. In sintesi, il governo cinese ha risolto il problema, il nostro lo ha aggravato.

E non è finita. Perché la Cina, avendo contenuto la diffusione interna, ha oggi virtualmente chiuso le frontiere con resto del mondo per evitare i contagi di rientro. Da noi, anche nel caso ottimista che riuscissimo a contenere la diffusione del virus, se non chiudiamo le frontiere o obblighiamo a quarantena chiunque viaggi, non riusciremo mai a vincere la sfida perché’ ogni paese del mondo ha le sue ondate in tempi diversi e saremo sempre esposti agli “errori” degli altri. La quarantena fu introdotta per la prima volta a Venezia nel 1450, poco dopo Marco Polo. Anche in questo i cinesi ci hanno copiato, e bene, mentre noi abbiamo dimenticato la lezione.

*Professor of Practice in Economic Policy, University of Nottingham Ningbo China, and Adjunct Prof of Finance, New York University Shanghai. Testimone diretto dell’osservatorio previlegiato Asia e Atlantico

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